Sala Civica dei Disciplini

Di fronte alla grande piazza dove si innalza maestosa la chiesa parrocchiale, sorge l’ex chiesa della Disciplina di S. Rocco e S. Sebastiano che fa angolo con l’antica via Mantovana, ora via Matteotti e via della Disciplina, ora via Gramsci.

Costruita nella prima metà del secolo XVI, la Chiesa apparteneva alla scuola della Disciplina di San Rocco e San Sebastiano. Sulle pareti, vi erano dipinti di un certo valore, come si poteva osservare dai pezzi dei vari intonaci che durante i secoli erano stati ricoperti.

Pare, secondo una vecchia tradizione e osservando certi aspetti architettonici della costruzione (prima che fosse rinnovata), che in quella, appunto, vi fosse un convento di frati o, perlomeno, un luogo dove i frati si fermavano in certi periodi per le funzioni o le adunanze dei Disciplini.

Quando ebbero origine queste confraternite di Disciplini? Che scopo avevano? Come erano organizzati? Le discipline ebbero origine nel secolo XIII dal moto religioso ma fanatico dei Flagellanti e ne furono promotori alcuni frati francescani e domenicani.

Queste confraternite ebbero statuti e leggi particolari, chiese ed oratori, pratiche di pietà e di penitenza, limosine e soccorsi ai poveri. Inoltre si può anche pensare che l’origine di queste discipline si devono ricercare nei moti popolari del secolo XIII quando numerose turbe di uomini e di donne esaltati dal misticismo caratteristico di quei tempi passavano da una Regione all’altra in processioni strane, flagellandosi sulle pubbliche vie o piazze per eccitare la popolazione alla penitenza.

Nel secolo XIV queste associazioni religiose erano alquanto decadute, ma furono rinnovate l’anno 1399 e nel secolo XV dalla predicazione popolare di S. Bernardino da Siena, dal Beato Roberto da Leno e dagli altri propagandisti della preriforma cattolica.

A Brescia l’origine delle discipline è narrata con semplice forma in uno strumento del 1413 di Francesco De Cortesiis nel quale è scritto che dopo il tempo dei martiri cessata l’insania dei persecutori della fede cristiana, alcuni per la memoria di nostro Signore presero clandestinamente a torturare il proprio corpo con flagelli e discipline aggiunte.

Questi gli scopi e l’organizzazione. Gli aggregati si adunavano ogni festa nel proprio oratorio e vestiti con abito fratesco (ordinariamente una tunica bianca legata alla vita con cingolo e un cappuccio rosso o di sacco che ricopriva talvolta la faccia) cantavano l’ufficio divino, facevano preghiere speciali, si flagellavano, poi raccoglievano fra loro elemosine per sovvenire i poveri, gli infermi, le vedove e gli orfani. Intervenivano ai funerali, alle processioni, alle funzioni sacre nella parrocchia, aiutando il clero nelle opere di culto e di carità.

Potevano ricevere legati di case, di fondi o denaro per scopo di culto e di beneficenza. Avevano oltre la chiesa di S. Rocco una casa propria e prestavano capitali a mutuo specialmente agli ascritti, esercitando in paese funzioni bancarie a favore di piccoli contadini e artigiani, che trovavano facilmente in luogo i prestiti di denaro necessari per tirare avanti in certe circostanze di crisi economica. La regola imponeva ai Disciplini di portare il cilicio in certi giorni di speciale penitenza e di flagellarsi.

La festa si raccoglievano nella loro chiesa per il canto dell’ufficio della Madonna e le altre pratiche della congregazione.

 A queste Discipline, comunque, devono assai le varie fondazioni di assistenza e carità l’arte religiosa e popolare, lo spirito della moralità cristiana completamente conservato in mezzo ad una vastissima corruzione di costumi, la diffusione della devozione alla Madonna invocata con i titoli più singolari, onorata nei suoi misteri e nelle sue feste celebrata con la poesia volgare più in, enua, con i canti popolari, con la pittura, la scultura dalle forme più rudimentali delle semplici cappelle campestri, alle più splendide basiliche monumentali e dei santuari più famosi anche sotto l’aspetto artistico.

Ma purtroppo, nel 1797, al tempo napoleonico, anche la Disciplina di Castenedolo venne soppressa con un decreto generale che scioglieva tutte le corporazioni laicali di culto e di beneficenza, assegnandone i beni a scopi di istruzione e di beneficenza pubblica.

Questi beni furono assegnati dal Demanio al Comune perché aprisse nelle case adiacenti le scuole di istruzione primaria o elementari popolari e gratuite, ma la chiesa doveva continuare ad essere aperta al culto con la celebrazione delle messe legatarie ad essa inerenti e forse altri legati per messe di suffragio.

La chiesa avrebbe dovuto essere conservata così, essendo l’unica ampia e decorosa esistente in paese e quindi l’unica sussidiaria della chiesa parrocchiale, in caso di bisogno, come infatti fu usata per 25 anni, mentre veniva lentamente costruita la nuova Chiesa parrocchiale. Poi fu chiusa ed abbandonata.

Divenne ospedale militare nel 1859, ospedale contumaciale in varie riprese, caserma obbligatoria per truppe di passaggio, magazzino di fieno e di granaglie secondo i momenti. Fu spesso adibita a teatro o a salone per altri spettacoli, per conferenze e festa della scuola e poi per ultimo trasformata in locale cinematografico. La chiesa serviva da cimitero per gli ascritti alla Disciplina, per le persone più benemerite, come sacerdoti, professionisti, ecc.

Le tombe erano numerose, ma soltanto tre portavano iscrizioni che ricordavano due sacerdoti e un medico: Don Giacomo Ghiselli (1705 – 1759). Si riportano come ricordo storico le epigrafi D. 0. M. D. IACOBO GHISELLI SACERDOTI HUIUSCE ECCLESIAE AEDITUO OPTIME MERITO SODALITAS S. ROCHI UT. BENEFICIIS EIUS (manca una parola) PROPRIIS SUMPTIBUS NIONUMENTUM EREXIT OBIIT. IV IDUS. MAII ANNO MDCCLIX AETATIS SUAE LIV Traduzione: Al sacerdote Don Giacomo Ghiselli… di questa chiesa. Per il suo magnifico merito. La confraternita di S. Rocco pose. Poiché con i suoi benefici egli la sostenne. Questo monumento è stato costruito a spese proprie. Egli morì il 12 maggio dell’anno 1759 a 54 anni di età

Il Ghiselli era cappellano della Disciplina di S. Rocco. Vicino a lui fu sepolto il fratello Bernardino, medico, morto vecchio il 26 marzo 1790. BERNARDINO GHISELLI PHISICO ET FRATRI SUPRADICTI CONSEPULTO OBIIT XII AKI, APRILIS MDCCXC Traduzione: A Bernardino Ghiselli medico e fratello del sopracitato con lui sepolto morì il 21 marzo 1790. D. 0. M. IOANNES DE BLANCHIS INTEGRAE VITAE SACERDOS ANNUM AETATIS AGENS LXXVIII ANNO SALUTIS M. DCCXCIX IV. KAL. MAII. E. VITA CESSAVIT TUMULSTUSQUE HIC ACET Traduzione: Per Dio grande eccelso Giovanni De Blanchis Sacerdote di vita integerrima a 77 anni di vita il 28 aprile 1799 sepolto in questo luogo qui vi giace.

Non era giusto, anzi oltraggioso, che le ossa sacre dei morti continuassero a giacere in quella chiesa profanata. Il compianto arciprete Don Aldo Guerra ottenne allora il permesso di poter trasportare i poveri resti al cimitero con viva soddisfazione di tutta la popolazione.

Il 14 giugno 1942 infatti, con funzione solenne ed il concorso di tutto il popolo, le antiche ossa furono trasportate e tumulate nel cimitero. In quell’occasione l’arciprete tenne un discorso per ricordare le vicissitudini storiche dell’edificio già sacro alla pietà, alla beneficenza, ridotto a luogo di convegno per divertimenti mondani, mentre sull’architrave dell’abside, rimane ancora lo stemma del triplice flagello che i Disciplini usavano per fare penitenza

Oggi la Sala Civica dei Disciplini ospita numerose iniziative organizzate dal Comune e dalle Associazioni del territorio.

Chiesa Parrochiale

Il territorio di Castenedolo e le sue frazioni presentano numerosi edifici di culto. Tra questi, la chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo è la più rappresentativa di tutta la comunità ed è di fatto diventata uno dei simboli stessi della città. Risalendo alle origini del nucleo abitativo, la prima chiesa per il servizio religioso fu quella dell’Ospizio di Giacomo fondata nel 1102 da monaci benedettini e consacrata al patrono dei viandanti, che spesso venivano accolti nella struttura durante i loro pellegrinaggi.

Nel 1200, contemporaneamente alla costruzione della nuova Strada Mantovana, venne eretta sulla collina del paese la piccola chiesa dedicata a S. Bartolomeo che sarebbe, però, diventata parrocchia solo nel 1492. In quegli anni l’antico edificio, antenato di quello attuale, venne ingrandito ed abbellito anche grazie al supporto del Comune e delle famiglie più abbienti. A partire dalla prima metà del XVI secolo, alla chiesa parrocchiale si contrappose, almeno a livello spaziale, la chiesa dei Disciplini.

Il 1799 è un anno determinante nella storia della parrocchia di Castenedolo. Il 29 maggio una scossa di terremoto fece crollare la volta della chiesa, che aveva raggiunto i trecento anni di attività. La fabbrica della nuova chiesa, seppure fortemente voluta dalla comunità, richiese parecchi anni e varie fasi costruttive. L’edificio principale fu, infatti, concluso nel 1826 mentre negli anni successivi vennero completate le decorazioni.

Tra i dipinti recuperati dalla chiesa cinquecentesca, c’era la famosa tela del Moretto dedicata a Cristo Redentore, che venne posta come pala del secondo altare sulla destra. Per la pala del nuovo altare maggiore venne, invece, scelto il veneziano Francesco Hayez, cui venne commissionata una tela che rappresentasse il martirio di S. Bartolomeo. Nel 1856 il quadro venne terminato e collocato l’anno dopo nell’abside dove si trova tutt’ora. La comunità attese fino al 1863 per vedere completato anche il campanile (rialzato sulle fondamenta del precedente) e le campane, che finalmente diedero nuova voce ai riti religiosi.

L’altare maggiore della Chiesa Parrocchiale è in marmo di Carrara e fu progettato da Rodolfo Vantini.

La volta della navata principale fu invece dipinta da Giuseppe Teosa e rappresenta l’Ascesa di Gesù al cielo.

Per approfondimenti https://psbartolomeo.altervista.org/la-chiesa-parrocchiale/

Tridui di Castenedolo

Fotografie di Roberto Fietta

Nella Parrocchia di San Bartolomeo la tradizionale cerimonia dei Sacri Tridui risale alla prima metà del settecento.

Fu però nel 1872 che, grazie all’intervento della Famiglia Pisa, venne donato alla Chiesa l’attuale apparato per il Triduo che ancora oggi dopo oltre 150 anni viene montato da numerosi volontari. Durante i tre giorni di celebrazioni che si tengono a partire dalla penultima domenica di Carnevale e nei due giorni seguenti, la comunità castenedolese si riunisce in preghiera a suffragio dei defunti nella parrocchiale parata a festa, con l’altare maggiore interamente occupato dall’imponente apparato adorno di fregi dorati.

Le 560 candele, che vengono accese una ad una durante le celebrazioni, circondano l’esposizione del Santissimo all’interno del cosiddetto “Occhio” che con un sistema di carrucole viene aperto e reso visibile ai fedeli.

Quarta di Ottobre – La festa della Comunità

Tra le celebrazioni tradizionali della comunità Castenedolese si può trovare la Quarta di Ottobre che nel libro scritto da Ida Zanolini viene descritta così:

“Come la seconda domenica di luglio i castenedolesi andavano alla Madonna del Castello a implorare l’abbondanza dei frutti della campagna, così alla quarta domenica di ottobre vi tornavano in forma più solenne a ringraziare per i raccolti ottenuti. Ogni quattro anni la festa era ancora più solenne. Difatti il quinto anno attirava gente a non finire. Dopo il pranzo, il cui piatto tradizionale era l’anatra o il tacchino al forno, oppure polenta e uccelli, c’era la funzione pomeridiana seguita dalla processione solennissima che non andava alla Madonna del Castello, ma passava per le vie principali del paese portando in trionfo la Madonna. Finestre, porte, strade erano addobbate in modo lussuoso. La Madonna in quel giorno era vestita di abiti sfarzosi e preziosi per i ricami veramente artistici e adorna di gioielli e monili d’argento e d’oro. Passava su un trono riccamente pavesato, in atteggiamento benedicente, in mezzo a due ali fitte di popolo e ogni capo si chinava, ogni cuore si commoveva. Il popolo alternava canti di lode al suono della banda come al «Corpus Domini »; le Confraternite portavano i loro stendardi, gli angioletti spargevan fiori, tutti pregavano e i forestieri guardavano con meraviglia lo snodarsi della processione. Finita la funzione la gente invadeva le piazze, dove vi era la fiera come ai «Tridui », riempiva le osterie e le famose « scòdèle» gustando il buon vino nuovo frizzante che metteva voglia di cantare, non mancavano nemmeno i quattro salti ai suono della fisarmonica sotto il porticato di qualche osteria. La sera si ripeteva l’esodo dei «Tridui ». Su carretti, birrocci, somarelli, o sulle stipate carrozze del tram a vapore partivano i forestieri per la città e i paesi vicini mezzi brilli, ma contenti.”

 

Oggi la Quarta di Ottobre è la Festa della Comunità, e si festeggiano gli Anniversari di Matrimonio. Ancora oggi la Madonna viene portata in processione per le vie del Paese.

Anche la fiera è rimasta, con le tradizionali giostre.

Percorso Naturalistico del Centro Sportivo Vittorio Colombo

Presso il Centro Sportivo Vittorio Colombo è stato creato un percorso naturalistico che fa parte del progetto di Forestazione Urbana promosso dall’amministrazione.

Nello specifico sono state piantate 69 piante autoctone con elementi arborei tipici del bosco planiziale padano, fra i quali: Celtis australis, Acer pseudoplatanus, Quercus robur, Fraxinus excelsior, Acer campestre, Ostrya carpinifolia.

Oltre a ciò è stata realizzata una collezione di macchie arbustive monospecifiche con specie vegetali tipiche del bosco planiziale padano: Crateagus monogyna, Cornus mas, Viburnum opulus, Frangula alnus, Cornus sanguinea, Euonymus europaeus, Prunus spinosa, Ligustrum vulgare, Rosa canina, Berberis vulgaris.

All’ingresso del percorso è presente una bacheca informativa.

Bosco di Santa Giustina

Il bosco di Santa Giustina a Castenedolo è nato dal recupero dell’Ex Cava Italcementi. Oltre ai percorsi naturalistici presenti con numerose specie di piante, insetti e animali, vengono organizzati numerosi eventi per gli amanti della natura e di chi ama stare all’aria aperta.

Bosca Bettoni

Grazie ad uno scritto realizzato dieci anni dopo gli avvenimenti narrati dal cittadino castenedolese,  il Geom. Antonio Belpietro, Capitano degli Alpini Combattente della guerra 1915-1918 detto “Sior Tuni”, sono rimasti indelebili  e ben circostanziati i fatti drammatici accaduti a Castenedolo il 29 aprile del 1945 ed il tributo ai due giovani cittadini che persero la vita. Due sono le targhe in memoria degli eventi e dei caduti Angelo Verzanini e Mario Dotti, una posizionata sulla facciata de Municipio che dà sulla Piazza Martiri della Libertà ed una stele posizionata fra gli alberi del bosco sul declivio della collina nella zona “Bosca Bettoni”. Storicamente il racconto ci rappresenta uno spaccato della comunità nell’ambito di quella che è stata la resistenza, la guerra di liberazione o, meglio,nello specifico, la sanguinosa ritirata dei tedeschi avvenuta dopo la fine della guerra. Avvenimenti drammatici, eroici e solidali, come ne sono accaduti tantissimi ovunque, tutti diversi per ciascuna comunità eppure tutti accomunati dall’unico intento, la libertà anche a costo del sacrificio della vita. In una zona boscosa del paese al limitare orientale della collina e dell’abitato è avvenuta infatti un’azione militare di “rastrellamento ed accerchiamento”, come scrive lo stesso Belpietro, per sgominare una colonna di soldati tedeschi avvistata appunto nei pressi della “Bosca Bettoni”. Il racconto è accorato e molto lucido, in poche pagine ci trasmette i valori fondamentali di una comunità propri di quel momento e validi sempre.

È anche per questo, oltre che per gli importanti fatti storici, che, da qualche anno viene organizzata dall’amm.ne comunale in collaborazione con la scuola e le Associazioni del Territorio, una rievocazione storica di quella giornata riletta e recitata direttamente dalle e dagli studenti del nostro istituto comprensivo Leonardo da Vinci.

Palazzo Provaglio già Romei Longhena

Situata a Capodimonte, frazione di Castenedolo in provincia di Brescia, Villa Longhena fu il primo fulcro dal quale si sviluppò tutta la frazione nel corso del 1600. Introdotto da una grande cancellata e da un viale che attraversa il giardino anteriore, il palazzo è costituito da una struttura residenziale asimmetrica (perché rimasta incompleta) la cui facciata, dalle linee semplici e geometriche, è caratterizzata da grandi finestre, un poggiolo, un timpano triangolare e un arco d’ingresso che, attraverso un portico, conduce al giardino interno. Quest’ultimo, affiancato da una stalla da un lato e da un filatoio dall’altro, porta, attraverso un secondo viale e un’altra cancellata, a un ampio parco che si allarga verso sud nella campagna circostante seguendo la leggera pendenza del terreno.

La villa attuale fu costruita nel 1770 per volere di Pietro Francesco Longhena, di cui è conservato un ritratto risalente al 1754 nel salone al primo piano, e su progetto dell’Architetto Abate Antonio Marchetti. Alcuni elementi della struttura risalgono però a un complesso precedente, edificato nel 1641 e affiancato a partire dal 1678 da una cappella privata dedicata a San Luigi Gonzaga e appartenente, insieme all’oratorio della frazione, a Luigi Longhena. La villa passò poi nelle mani del generale Romei-Longhena e infine ai Provaglio.                                                                                                                                                                              La zona di Capodimonte, il cui nome deriva dal dialetto bresciano Codemùt ovvero “Co de Mont”, è chiamata in questo modo per la sua posizione in testa alla collina castenedolese e la sua nascita si aggira attorno al XII secolo, nonostante siano stati ritrovati elementi risalenti all’epoca romana. Dopo essersi espansa grazie alla famiglia Longhena, nel 1866 la frazione fu Quartier generale della 2^ divisione di Giuseppe Salvatore Pianell durante la terza guerra d’indipendenza per poi essere, nel 1920, luogo di scontro tra le truppe militari e i contadini socialisti in sciopero.                                                                                                                  Presso la chiesetta del palazzo, è visibile lo stemma della famiglia Longhena raffigurante un pellicano, originariamente di colore argento e su uno sfondo verde e azzurro, che utilizza il proprio becco per ferirsi il petto. Tale famiglia, di cui le prime tracce risalgono al Cinquecento, si suddivise nel corso dei secoli in diversi rami, tra cui quello dei Romei-Longhena al quale si deve la costruzione della villa e lo sviluppo dell’intera zona di Capodimonte.                                          Elemento ricorrente nella villa è la geometria delle forme e il gioco creato con la prospettiva, molto evidente nel cortile che si estende oltre la seconda cancellata, detto “a cannocchiale” a causa della sua profondità. Esso è caratterizzato dalla presenza di una serie di carpini, affiancati da alcuni basamenti di statue andate perdute, e termina con un piccolo castello di cui sono rimaste le due torrette laterali. Queste ultime richiamano le “gloriette” austriache e all’interno della piccola struttura risiedeva il guardiano della villa.                                                                                                                                                                          La decorazione della Villa fu ad opera di Pietro Scalvini, artista molto stimato nel bresciano che vi lavorò tra il 1770 e il 1774, affiancato anche da un secondo pittore di cui non si conosce l’identità e dallo stuccatore Cristoforo Negri. I temi rappresentati sono per la maggior parte storici o mitologico-allegorici: al primo piano, nella Sala di Diana domina ad esempio l’elemento della caccia mentre nella Sala di Apollo quello della musica. Il salone al piano terra è invece chiamato Sala degli Uccelli a causa di alcuni volatili imbalsamati che ornano la stanza. Sulla volta della stessa Sala degli Uccelli è inoltre presente la raffigurazione intitolata Caterina Cornaro alla corte di Giacomo II di Lusignano che ritrae la regina di Cipro e di Armenia, soggetto scelto dal pittore in quanto ella soggiornò a Castenedolo nel 1497 per portare visita al fratello Giorgio il quale era rettore di Brescia. Sia nel salone di rappresentanza al primo piano che nella Galleria degli Stucchi sono infine presenti alcuni motivi vegetali ricchi di particolari realizzati dal Negri.                                                                                                                     La grande quantità di opere presenti negli interni della villa potrebbe essere uno spunto interessante per approfondire attraverso una chiave videoludica quella che era la tradizione pittorica e decorativa bresciana del Settecento, andando a riscoprire anche le figure di Pietro Scalvini e Cristoforo Negri, artisti attivi in tutta la provincia. La struttura della villa stessa e del piccolo castello nel fondo del parco, entrambe perfettamente integrate con la natura e la conformazione del paesaggio circostante, possono inoltre essere un’ambientazione perfetta per un’avventura caratterizzata da più missioni dislocate nello spazio volte magari a ripercorrere la storia delle famiglie che hanno abitato la villa o gli eventi che hanno caratterizzato il piccolo borgo di Capodimonte.

Oggi Palazzo Provaglio viene aperto ai visitatori solo in speciali occasioni grazie alla Contessa che accompagna i suoi ospiti a scoprire le meravigliose storie che celano le antiche mura.

Via 15 Giugno 1859, il Risorgimento e Nazionale con Garibaldi e Narciso Bronzetti

Per le/gli appassionate/i della nostra storia risorgimentale e comunque per la conoscenza della nostra storia locale la cui somma con tutte le altre storie locali fa la Storia, c’è la “Battaglia dei Treponti”. Lo scontro fu detto di Treponti, dall’omonima frazione del comune di Virle Treponti, oggi soppresso in quanto assorbito nel 1928 da Rezzato. I combattimenti tuttavia interessarono per la gran parte il territorio di Castenedolo. La memoria di questo avvenimento è immortalata in un percorso che parte dalla Sede Municipale: vi è una lapide posta nel 1959 sotto la loggetta del Comune una delle vie principali di Castenedolo che dal centro Paese, appunto dove è situato il Municipio, porta verso il comune confinante di Rezzato, è stata intitolata Via 15 Giugno 1859, data della battaglia. Da una stele intitolata a Narciso Bronzetti, il valoroso capitano trentino che nella battaglia perse la vita, posta a memoria nel 1959 nel luogo dei combattimenti.  Dalla rievocazione storica che viene tenuta ogni anno il 15 giugno presso la rotonda di Via 15 giugno con Via Bronzetti, promossa dall’ass. Carmagnola in collaborazione con l’amm.comunale con la relativa targa alla presenza delle varie autorità rappresentanti del comune di Castenedolo, di Rezzato e di Trento e con la partecipazione della cittadinanza.

Così il racconto tratto dal libro di Ida Zanolini “Storia di Castenedolo”:

 

“Il 13 giugno 1859 Giuseppe Garibaldi, con i suoi Cacciatori delle Alpi, che avevano combattuto da veri eroi a Varese, S. Fermo, Como e Seriate entrava in Bergamo entusiasticamente accolto e proseguiva per Brescia dove giungeva dopo due notti e un giorno di marcia sotto la pioggia. Il

giorno 14, da porta S. Giovanni, entrava trionfalmente in città salutato dal suono di tutte le campane, dal lancio di fiori, da applausi calorosi. Qui sostò solo un giorno e una notte per far riposare i suoi soldati.

Da Brescia, in un ordine del giorno, rivolgeva al suo esercito, piccolo di numero, ma grande di valore, le seguenti parole: «L’ultima mossa ha provato quanto può l’amore nel cuore dei nostri giovani Cacciatori, una marcia con brevissime interruzioni di due notti e un giorno, per strade

non comode e pioggia quasi continua non ha potuto scemare per un momento l’impavida risoluzione del dovere di cui sono animati. L’Italia va superba di Voi. Il nemico intimorito, benché di forze assai superiori, non ardisce cimentarsi, e la gioventù lombarda elettrizzata dall’esempio,

corre numerosa a far parte di questa schiera… ». Il giorno stesso Garibaldi avendo saputo dell’avanzata degli eserciti di Vittorio Emanuele e Napoleone III volle lasciar libera la città e accampò i suoi Cacciatori a S. Eufemia della Fonte.

La sera il falegname Giuseppe Panada ospitò Garibaldi nella propria casa. Questi accettò dormendo sui banco di lavoro dell’artigiano.  A tarda sera dallo Stato Maggiore dell’esercito Sardo, gli giunse questo ordine, in data 14 giugno: «S.M. il Re desidera che domattina Ella porti la sua

divisione su Lonato dove sarà seguita dalla divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuj, composta da quattro reggimenti di cavalleria di linea con due batterie a cavallo». Così pure ebbe l’ordine di rimettere alla meglio, con tavoloni, il ponte del Bettoletto sul Chiese.

Garibaldi spedì subito staffette ad osservare la campagna. In una di queste vi era il nostro concittadino Beniamino Novelli, che si spinse fino quasi alle prime case del Borgo Superiore del nostro paese. Tornati dall’esplorazione, i soldati riferirono a Garibaldi che a Lonato era il grosso

delle forze austriache, circa 200.000 uomini e che la divisione austriaca comandata dal generale Urban e con la quale si sarebbero scontrati i volontari garibaldini era accampata a Castenedolo e a Buffalora. Infatti il 12 giugno, mentre Garibaldi marciava verso Brescia, il generale Urban

entrava in Castenedolo e accampava le sue truppe nei terreni presso la località detta Padele.

Il 14 giugno per i castenedolesi cominciò un giorno di terrore. Intanto che le truppe riposavano il generale Urban, salito in Comune, imponeva all’Amministrazione di fornire entro poche ore 15.000 razioni di carne, pane, vino per i suoi soldati, minacciando di mettere a ferro e fuoco il

paese se non avessero provveduto.[…] Riuscirono a soddisfare l’ordine.[…]

Sentito quanto gli riferirono le staffette, Garibaldi la mattina del 15, prima ancora dell’alba, dispose i sei battaglioni, dei quali egli era il capo, in questo modo: due battaglioni comandati dal colonnello ungherese, al ponte di Rezzato, altri due comandati dal colonnello Cosenz e dal capitano Narciso Bronzetti li mise a difesa della strada Rezzato−Treponti dietro la casa Carboni (ora Squassina) un altro battaglione guidato dal colonnello Medici lo pose a difesa del bivio Bettole−Ciliverghe, l’altro battaglione lo prese con sé a Bedizzole−Lonato. Informò di questo lo

Stato Maggiore. Verso le dieci il reggimento comandato dal colonnello Cosenz si slanciò con impeto verso Castenedolo facendovi retrocedere i quattromila soldati dell’Urban i quali tentavano di accerchiare i garibaldini del Cosenz e dei Bronzetti per prenderli nel laccio. I nostri avevano conquistato due cascinali: Ghidona e Chizzola, il colonnello Tur, la cascina Ospedale. Cosenz tiene testa alla divisione dell’Urban, ma facendosi la situazione insostenibile, fa suonare l’alt. In quel momento Tur si accorge che grandi forze austriache avanzano per aggirarli;

delibera l’attacco e fa suonare la carica. Cosenz meravigliato ripete il suono dell’alt e Tur insiste col far suonare la carica. Momento di trepidazione: Cosenz comprende e lui pure fa suonare la carica. Stefano Tur non perde un attimo, si spinge arditamente sul ponte di S. Giacomo, avanti a tutti, la fronte alta, balza con i suoi alla baionetta; una palla gli spezza il braccio sinistro sotto l’omero, barcolla l’intrepido ungherese, ma tuttavia comanda ed incoraggia i militi all’assalto e ripete con vigore di non poter far libera la Patria e non poter vincere senza

grandi sacrifici. Fu ricoverato a Brescia in casa dei conti Fenaroli. Il Bronzetti poco lontano dal Molino Nuovo, nella località Roccolo dei Frati,

ferito al braccio destro impugnava la spada con la mano sinistra, ferito al braccio sinistro serrava l’arma fra i denti, ma cadeva colpito al ventre

gridando «Viva l’Italia».

Sul terreno c’erano 120 morti e molti feriti. I Cacciatori delle Alpi avevano tentato una mossa pericolosa affrontando un nemico dieci volte superiore ad essi per numero.

Garibaldi informato dal Camozzi, accorse sui posto e ordinò la ritirata e di comporsi a gruppi in catena.

Bronzetti fu trasportato prima a Treponti in casa Bassolini, poi su di un carretto tirato a mano a Brescia, dove fu accolto in casa del suo amico Basilio Mafezzoli. Dopo tre giorni di tremende sofferenze spirò. Nelle ultime ore ricevette uno scritto dal generale Garibaldi che diceva: «

Carissimo Bronzetti, Voi siete certamente al di sopra di qualunque elogio ed avete meritato il nome di prode dei prodi della nostra colonna Garibaldi».

Tur, uomo forte, mentre il chirurgo (il maggiore francese Thierie) stava amputandogli il braccio, (che poi, invece, per miracolo, poté essere salvato) scherzava col suo collega Telekì dicendo: « Mi hanno sparato nell’ala sinistra, ed ora il medico me la vuoi tagliare ». Ebbe la medaglia

d’argento e Garibaldi lo compensò con una lettera che fu sempre l’orgoglio del popolo ungherese.                                                                                                        Il fatto di Virle salvò Castenedolo e fece decidere l’Urban a ritirare le sue truppe per timore di essere accerchiato; tutti gli abitanti respirarono sebbene si vedessero davanti un periodo di fame, essendo stati costretti a privarsi di tutto per i soldati austriaci.

Verso le ore 14 del giorno 15 Castenedolo accoglieva riverente e commosso, le saline dei prodi che nel doloroso episodio immolarono la loro giovinezza. Nel registro parrocchiale dei morti si legge: «Verso le ore due pomeridiane del giorno 15 giugno 1859 vennero sepolti nel cimitero

di questo Comune 18 cadaveri, 13 italiani appartenevano al corpo di Gari-baldi e 5 austriaci, morti nel combattimento avvenuto lo stesso giorno tra Castenedolo e Rezzato. Un altro garibaldino fu trovato morto e fu sepolto a S. Giacomo. Pochi giorni dopo ii combattimento di Virle, e

precisamente il 24 giugno, sui campi di Solferino e S. Martino avveniva la storica battaglia.

Fino a Castenedolo giungeva il rombo dei cannoni.                         

Con la battaglia di Solferino e S. Martino la Lombardia fu libera dal nemico e anche su Castenedolo finalmente sventolava trionfante la bandiera tricolore.”

 

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Sala Civica dei Disciplini

Di fronte alla grande piazza dove si innalza maestosa la chiesa parrocchiale, sorge l’ex chiesa della Disciplina di S. Rocco e S. Sebastiano che fa angolo con l’antica via Mantovana, ora via Matteotti e via della Disciplina, ora via Gramsci.

Costruita nella prima metà del secolo XVI, la Chiesa apparteneva alla scuola della Disciplina di San Rocco e San Sebastiano. Sulle pareti, vi erano dipinti di un certo valore, come si poteva osservare dai pezzi dei vari intonaci che durante i secoli erano stati ricoperti.

Pare, secondo una vecchia tradizione e osservando certi aspetti architettonici della costruzione (prima che fosse rinnovata), che in quella, appunto, vi fosse un convento di frati o, perlomeno, un luogo dove i frati si fermavano in certi periodi per le funzioni o le adunanze dei Disciplini.

Quando ebbero origine queste confraternite di Disciplini? Che scopo avevano? Come erano organizzati? Le discipline ebbero origine nel secolo XIII dal moto religioso ma fanatico dei Flagellanti e ne furono promotori alcuni frati francescani e domenicani.

Queste confraternite ebbero statuti e leggi particolari, chiese ed oratori, pratiche di pietà e di penitenza, limosine e soccorsi ai poveri. Inoltre si può anche pensare che l’origine di queste discipline si devono ricercare nei moti popolari del secolo XIII quando numerose turbe di uomini e di donne esaltati dal misticismo caratteristico di quei tempi passavano da una Regione all’altra in processioni strane, flagellandosi sulle pubbliche vie o piazze per eccitare la popolazione alla penitenza.

Nel secolo XIV queste associazioni religiose erano alquanto decadute, ma furono rinnovate l’anno 1399 e nel secolo XV dalla predicazione popolare di S. Bernardino da Siena, dal Beato Roberto da Leno e dagli altri propagandisti della preriforma cattolica.

A Brescia l’origine delle discipline è narrata con semplice forma in uno strumento del 1413 di Francesco De Cortesiis nel quale è scritto che dopo il tempo dei martiri cessata l’insania dei persecutori della fede cristiana, alcuni per la memoria di nostro Signore presero clandestinamente a torturare il proprio corpo con flagelli e discipline aggiunte.

Questi gli scopi e l’organizzazione. Gli aggregati si adunavano ogni festa nel proprio oratorio e vestiti con abito fratesco (ordinariamente una tunica bianca legata alla vita con cingolo e un cappuccio rosso o di sacco che ricopriva talvolta la faccia) cantavano l’ufficio divino, facevano preghiere speciali, si flagellavano, poi raccoglievano fra loro elemosine per sovvenire i poveri, gli infermi, le vedove e gli orfani. Intervenivano ai funerali, alle processioni, alle funzioni sacre nella parrocchia, aiutando il clero nelle opere di culto e di carità.

Potevano ricevere legati di case, di fondi o denaro per scopo di culto e di beneficenza. Avevano oltre la chiesa di S. Rocco una casa propria e prestavano capitali a mutuo specialmente agli ascritti, esercitando in paese funzioni bancarie a favore di piccoli contadini e artigiani, che trovavano facilmente in luogo i prestiti di denaro necessari per tirare avanti in certe circostanze di crisi economica. La regola imponeva ai Disciplini di portare il cilicio in certi giorni di speciale penitenza e di flagellarsi.

La festa si raccoglievano nella loro chiesa per il canto dell’ufficio della Madonna e le altre pratiche della congregazione.

 A queste Discipline, comunque, devono assai le varie fondazioni di assistenza e carità l’arte religiosa e popolare, lo spirito della moralità cristiana completamente conservato in mezzo ad una vastissima corruzione di costumi, la diffusione della devozione alla Madonna invocata con i titoli più singolari, onorata nei suoi misteri e nelle sue feste celebrata con la poesia volgare più in, enua, con i canti popolari, con la pittura, la scultura dalle forme più rudimentali delle semplici cappelle campestri, alle più splendide basiliche monumentali e dei santuari più famosi anche sotto l’aspetto artistico.

Ma purtroppo, nel 1797, al tempo napoleonico, anche la Disciplina di Castenedolo venne soppressa con un decreto generale che scioglieva tutte le corporazioni laicali di culto e di beneficenza, assegnandone i beni a scopi di istruzione e di beneficenza pubblica.

Questi beni furono assegnati dal Demanio al Comune perché aprisse nelle case adiacenti le scuole di istruzione primaria o elementari popolari e gratuite, ma la chiesa doveva continuare ad essere aperta al culto con la celebrazione delle messe legatarie ad essa inerenti e forse altri legati per messe di suffragio.

La chiesa avrebbe dovuto essere conservata così, essendo l’unica ampia e decorosa esistente in paese e quindi l’unica sussidiaria della chiesa parrocchiale, in caso di bisogno, come infatti fu usata per 25 anni, mentre veniva lentamente costruita la nuova Chiesa parrocchiale. Poi fu chiusa ed abbandonata.

Divenne ospedale militare nel 1859, ospedale contumaciale in varie riprese, caserma obbligatoria per truppe di passaggio, magazzino di fieno e di granaglie secondo i momenti. Fu spesso adibita a teatro o a salone per altri spettacoli, per conferenze e festa della scuola e poi per ultimo trasformata in locale cinematografico. La chiesa serviva da cimitero per gli ascritti alla Disciplina, per le persone più benemerite, come sacerdoti, professionisti, ecc.

Le tombe erano numerose, ma soltanto tre portavano iscrizioni che ricordavano due sacerdoti e un medico: Don Giacomo Ghiselli (1705 – 1759). Si riportano come ricordo storico le epigrafi D. 0. M. D. IACOBO GHISELLI SACERDOTI HUIUSCE ECCLESIAE AEDITUO OPTIME MERITO SODALITAS S. ROCHI UT. BENEFICIIS EIUS (manca una parola) PROPRIIS SUMPTIBUS NIONUMENTUM EREXIT OBIIT. IV IDUS. MAII ANNO MDCCLIX AETATIS SUAE LIV Traduzione: Al sacerdote Don Giacomo Ghiselli… di questa chiesa. Per il suo magnifico merito. La confraternita di S. Rocco pose. Poiché con i suoi benefici egli la sostenne. Questo monumento è stato costruito a spese proprie. Egli morì il 12 maggio dell’anno 1759 a 54 anni di età

Il Ghiselli era cappellano della Disciplina di S. Rocco. Vicino a lui fu sepolto il fratello Bernardino, medico, morto vecchio il 26 marzo 1790. BERNARDINO GHISELLI PHISICO ET FRATRI SUPRADICTI CONSEPULTO OBIIT XII AKI, APRILIS MDCCXC Traduzione: A Bernardino Ghiselli medico e fratello del sopracitato con lui sepolto morì il 21 marzo 1790. D. 0. M. IOANNES DE BLANCHIS INTEGRAE VITAE SACERDOS ANNUM AETATIS AGENS LXXVIII ANNO SALUTIS M. DCCXCIX IV. KAL. MAII. E. VITA CESSAVIT TUMULSTUSQUE HIC ACET Traduzione: Per Dio grande eccelso Giovanni De Blanchis Sacerdote di vita integerrima a 77 anni di vita il 28 aprile 1799 sepolto in questo luogo qui vi giace.

Non era giusto, anzi oltraggioso, che le ossa sacre dei morti continuassero a giacere in quella chiesa profanata. Il compianto arciprete Don Aldo Guerra ottenne allora il permesso di poter trasportare i poveri resti al cimitero con viva soddisfazione di tutta la popolazione.

Il 14 giugno 1942 infatti, con funzione solenne ed il concorso di tutto il popolo, le antiche ossa furono trasportate e tumulate nel cimitero. In quell’occasione l’arciprete tenne un discorso per ricordare le vicissitudini storiche dell’edificio già sacro alla pietà, alla beneficenza, ridotto a luogo di convegno per divertimenti mondani, mentre sull’architrave dell’abside, rimane ancora lo stemma del triplice flagello che i Disciplini usavano per fare penitenza

Oggi la Sala Civica dei Disciplini ospita numerose iniziative organizzate dal Comune e dalle Associazioni del territorio.

Chiesa Parrochiale

Il territorio di Castenedolo e le sue frazioni presentano numerosi edifici di culto. Tra questi, la chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo è la più rappresentativa di tutta la comunità ed è di fatto diventata uno dei simboli stessi della città. Risalendo alle origini del nucleo abitativo, la prima chiesa per il servizio religioso fu quella dell’Ospizio di Giacomo fondata nel 1102 da monaci benedettini e consacrata al patrono dei viandanti, che spesso venivano accolti nella struttura durante i loro pellegrinaggi.

Nel 1200, contemporaneamente alla costruzione della nuova Strada Mantovana, venne eretta sulla collina del paese la piccola chiesa dedicata a S. Bartolomeo che sarebbe, però, diventata parrocchia solo nel 1492. In quegli anni l’antico edificio, antenato di quello attuale, venne ingrandito ed abbellito anche grazie al supporto del Comune e delle famiglie più abbienti. A partire dalla prima metà del XVI secolo, alla chiesa parrocchiale si contrappose, almeno a livello spaziale, la chiesa dei Disciplini.

Il 1799 è un anno determinante nella storia della parrocchia di Castenedolo. Il 29 maggio una scossa di terremoto fece crollare la volta della chiesa, che aveva raggiunto i trecento anni di attività. La fabbrica della nuova chiesa, seppure fortemente voluta dalla comunità, richiese parecchi anni e varie fasi costruttive. L’edificio principale fu, infatti, concluso nel 1826 mentre negli anni successivi vennero completate le decorazioni.

Tra i dipinti recuperati dalla chiesa cinquecentesca, c’era la famosa tela del Moretto dedicata a Cristo Redentore, che venne posta come pala del secondo altare sulla destra. Per la pala del nuovo altare maggiore venne, invece, scelto il veneziano Francesco Hayez, cui venne commissionata una tela che rappresentasse il martirio di S. Bartolomeo. Nel 1856 il quadro venne terminato e collocato l’anno dopo nell’abside dove si trova tutt’ora. La comunità attese fino al 1863 per vedere completato anche il campanile (rialzato sulle fondamenta del precedente) e le campane, che finalmente diedero nuova voce ai riti religiosi.

L’altare maggiore della Chiesa Parrocchiale è in marmo di Carrara e fu progettato da Rodolfo Vantini.

La volta della navata principale fu invece dipinta da Giuseppe Teosa e rappresenta l’Ascesa di Gesù al cielo.

Per approfondimenti https://psbartolomeo.altervista.org/la-chiesa-parrocchiale/

Tridui di Castenedolo

Fotografie di Roberto Fietta

Nella Parrocchia di San Bartolomeo la tradizionale cerimonia dei Sacri Tridui risale alla prima metà del settecento.

Fu però nel 1872 che, grazie all’intervento della Famiglia Pisa, venne donato alla Chiesa l’attuale apparato per il Triduo che ancora oggi dopo oltre 150 anni viene montato da numerosi volontari. Durante i tre giorni di celebrazioni che si tengono a partire dalla penultima domenica di Carnevale e nei due giorni seguenti, la comunità castenedolese si riunisce in preghiera a suffragio dei defunti nella parrocchiale parata a festa, con l’altare maggiore interamente occupato dall’imponente apparato adorno di fregi dorati.

Le 560 candele, che vengono accese una ad una durante le celebrazioni, circondano l’esposizione del Santissimo all’interno del cosiddetto “Occhio” che con un sistema di carrucole viene aperto e reso visibile ai fedeli.

Quarta di Ottobre – La festa della Comunità

Tra le celebrazioni tradizionali della comunità Castenedolese si può trovare la Quarta di Ottobre che nel libro scritto da Ida Zanolini viene descritta così:

“Come la seconda domenica di luglio i castenedolesi andavano alla Madonna del Castello a implorare l’abbondanza dei frutti della campagna, così alla quarta domenica di ottobre vi tornavano in forma più solenne a ringraziare per i raccolti ottenuti. Ogni quattro anni la festa era ancora più solenne. Difatti il quinto anno attirava gente a non finire. Dopo il pranzo, il cui piatto tradizionale era l’anatra o il tacchino al forno, oppure polenta e uccelli, c’era la funzione pomeridiana seguita dalla processione solennissima che non andava alla Madonna del Castello, ma passava per le vie principali del paese portando in trionfo la Madonna. Finestre, porte, strade erano addobbate in modo lussuoso. La Madonna in quel giorno era vestita di abiti sfarzosi e preziosi per i ricami veramente artistici e adorna di gioielli e monili d’argento e d’oro. Passava su un trono riccamente pavesato, in atteggiamento benedicente, in mezzo a due ali fitte di popolo e ogni capo si chinava, ogni cuore si commoveva. Il popolo alternava canti di lode al suono della banda come al «Corpus Domini »; le Confraternite portavano i loro stendardi, gli angioletti spargevan fiori, tutti pregavano e i forestieri guardavano con meraviglia lo snodarsi della processione. Finita la funzione la gente invadeva le piazze, dove vi era la fiera come ai «Tridui », riempiva le osterie e le famose « scòdèle» gustando il buon vino nuovo frizzante che metteva voglia di cantare, non mancavano nemmeno i quattro salti ai suono della fisarmonica sotto il porticato di qualche osteria. La sera si ripeteva l’esodo dei «Tridui ». Su carretti, birrocci, somarelli, o sulle stipate carrozze del tram a vapore partivano i forestieri per la città e i paesi vicini mezzi brilli, ma contenti.”

 

Oggi la Quarta di Ottobre è la Festa della Comunità, e si festeggiano gli Anniversari di Matrimonio. Ancora oggi la Madonna viene portata in processione per le vie del Paese.

Anche la fiera è rimasta, con le tradizionali giostre.

Percorso Naturalistico del Centro Sportivo Vittorio Colombo

Presso il Centro Sportivo Vittorio Colombo è stato creato un percorso naturalistico che fa parte del progetto di Forestazione Urbana promosso dall’amministrazione.

Nello specifico sono state piantate 69 piante autoctone con elementi arborei tipici del bosco planiziale padano, fra i quali: Celtis australis, Acer pseudoplatanus, Quercus robur, Fraxinus excelsior, Acer campestre, Ostrya carpinifolia.

Oltre a ciò è stata realizzata una collezione di macchie arbustive monospecifiche con specie vegetali tipiche del bosco planiziale padano: Crateagus monogyna, Cornus mas, Viburnum opulus, Frangula alnus, Cornus sanguinea, Euonymus europaeus, Prunus spinosa, Ligustrum vulgare, Rosa canina, Berberis vulgaris.

All’ingresso del percorso è presente una bacheca informativa.

Bosco di Santa Giustina

Il bosco di Santa Giustina a Castenedolo è nato dal recupero dell’Ex Cava Italcementi. Oltre ai percorsi naturalistici presenti con numerose specie di piante, insetti e animali, vengono organizzati numerosi eventi per gli amanti della natura e di chi ama stare all’aria aperta.

Bosca Bettoni

Grazie ad uno scritto realizzato dieci anni dopo gli avvenimenti narrati dal cittadino castenedolese,  il Geom. Antonio Belpietro, Capitano degli Alpini Combattente della guerra 1915-1918 detto “Sior Tuni”, sono rimasti indelebili  e ben circostanziati i fatti drammatici accaduti a Castenedolo il 29 aprile del 1945 ed il tributo ai due giovani cittadini che persero la vita. Due sono le targhe in memoria degli eventi e dei caduti Angelo Verzanini e Mario Dotti, una posizionata sulla facciata de Municipio che dà sulla Piazza Martiri della Libertà ed una stele posizionata fra gli alberi del bosco sul declivio della collina nella zona “Bosca Bettoni”. Storicamente il racconto ci rappresenta uno spaccato della comunità nell’ambito di quella che è stata la resistenza, la guerra di liberazione o, meglio,nello specifico, la sanguinosa ritirata dei tedeschi avvenuta dopo la fine della guerra. Avvenimenti drammatici, eroici e solidali, come ne sono accaduti tantissimi ovunque, tutti diversi per ciascuna comunità eppure tutti accomunati dall’unico intento, la libertà anche a costo del sacrificio della vita. In una zona boscosa del paese al limitare orientale della collina e dell’abitato è avvenuta infatti un’azione militare di “rastrellamento ed accerchiamento”, come scrive lo stesso Belpietro, per sgominare una colonna di soldati tedeschi avvistata appunto nei pressi della “Bosca Bettoni”. Il racconto è accorato e molto lucido, in poche pagine ci trasmette i valori fondamentali di una comunità propri di quel momento e validi sempre.

È anche per questo, oltre che per gli importanti fatti storici, che, da qualche anno viene organizzata dall’amm.ne comunale in collaborazione con la scuola e le Associazioni del Territorio, una rievocazione storica di quella giornata riletta e recitata direttamente dalle e dagli studenti del nostro istituto comprensivo Leonardo da Vinci.

Palazzo Provaglio già Romei Longhena

Situata a Capodimonte, frazione di Castenedolo in provincia di Brescia, Villa Longhena fu il primo fulcro dal quale si sviluppò tutta la frazione nel corso del 1600. Introdotto da una grande cancellata e da un viale che attraversa il giardino anteriore, il palazzo è costituito da una struttura residenziale asimmetrica (perché rimasta incompleta) la cui facciata, dalle linee semplici e geometriche, è caratterizzata da grandi finestre, un poggiolo, un timpano triangolare e un arco d’ingresso che, attraverso un portico, conduce al giardino interno. Quest’ultimo, affiancato da una stalla da un lato e da un filatoio dall’altro, porta, attraverso un secondo viale e un’altra cancellata, a un ampio parco che si allarga verso sud nella campagna circostante seguendo la leggera pendenza del terreno.

La villa attuale fu costruita nel 1770 per volere di Pietro Francesco Longhena, di cui è conservato un ritratto risalente al 1754 nel salone al primo piano, e su progetto dell’Architetto Abate Antonio Marchetti. Alcuni elementi della struttura risalgono però a un complesso precedente, edificato nel 1641 e affiancato a partire dal 1678 da una cappella privata dedicata a San Luigi Gonzaga e appartenente, insieme all’oratorio della frazione, a Luigi Longhena. La villa passò poi nelle mani del generale Romei-Longhena e infine ai Provaglio.                                                                                                                                                                              La zona di Capodimonte, il cui nome deriva dal dialetto bresciano Codemùt ovvero “Co de Mont”, è chiamata in questo modo per la sua posizione in testa alla collina castenedolese e la sua nascita si aggira attorno al XII secolo, nonostante siano stati ritrovati elementi risalenti all’epoca romana. Dopo essersi espansa grazie alla famiglia Longhena, nel 1866 la frazione fu Quartier generale della 2^ divisione di Giuseppe Salvatore Pianell durante la terza guerra d’indipendenza per poi essere, nel 1920, luogo di scontro tra le truppe militari e i contadini socialisti in sciopero.                                                                                                                  Presso la chiesetta del palazzo, è visibile lo stemma della famiglia Longhena raffigurante un pellicano, originariamente di colore argento e su uno sfondo verde e azzurro, che utilizza il proprio becco per ferirsi il petto. Tale famiglia, di cui le prime tracce risalgono al Cinquecento, si suddivise nel corso dei secoli in diversi rami, tra cui quello dei Romei-Longhena al quale si deve la costruzione della villa e lo sviluppo dell’intera zona di Capodimonte.                                          Elemento ricorrente nella villa è la geometria delle forme e il gioco creato con la prospettiva, molto evidente nel cortile che si estende oltre la seconda cancellata, detto “a cannocchiale” a causa della sua profondità. Esso è caratterizzato dalla presenza di una serie di carpini, affiancati da alcuni basamenti di statue andate perdute, e termina con un piccolo castello di cui sono rimaste le due torrette laterali. Queste ultime richiamano le “gloriette” austriache e all’interno della piccola struttura risiedeva il guardiano della villa.                                                                                                                                                                          La decorazione della Villa fu ad opera di Pietro Scalvini, artista molto stimato nel bresciano che vi lavorò tra il 1770 e il 1774, affiancato anche da un secondo pittore di cui non si conosce l’identità e dallo stuccatore Cristoforo Negri. I temi rappresentati sono per la maggior parte storici o mitologico-allegorici: al primo piano, nella Sala di Diana domina ad esempio l’elemento della caccia mentre nella Sala di Apollo quello della musica. Il salone al piano terra è invece chiamato Sala degli Uccelli a causa di alcuni volatili imbalsamati che ornano la stanza. Sulla volta della stessa Sala degli Uccelli è inoltre presente la raffigurazione intitolata Caterina Cornaro alla corte di Giacomo II di Lusignano che ritrae la regina di Cipro e di Armenia, soggetto scelto dal pittore in quanto ella soggiornò a Castenedolo nel 1497 per portare visita al fratello Giorgio il quale era rettore di Brescia. Sia nel salone di rappresentanza al primo piano che nella Galleria degli Stucchi sono infine presenti alcuni motivi vegetali ricchi di particolari realizzati dal Negri.                                                                                                                     La grande quantità di opere presenti negli interni della villa potrebbe essere uno spunto interessante per approfondire attraverso una chiave videoludica quella che era la tradizione pittorica e decorativa bresciana del Settecento, andando a riscoprire anche le figure di Pietro Scalvini e Cristoforo Negri, artisti attivi in tutta la provincia. La struttura della villa stessa e del piccolo castello nel fondo del parco, entrambe perfettamente integrate con la natura e la conformazione del paesaggio circostante, possono inoltre essere un’ambientazione perfetta per un’avventura caratterizzata da più missioni dislocate nello spazio volte magari a ripercorrere la storia delle famiglie che hanno abitato la villa o gli eventi che hanno caratterizzato il piccolo borgo di Capodimonte.

Oggi Palazzo Provaglio viene aperto ai visitatori solo in speciali occasioni grazie alla Contessa che accompagna i suoi ospiti a scoprire le meravigliose storie che celano le antiche mura.

Via 15 Giugno 1859, il Risorgimento e Nazionale con Garibaldi e Narciso Bronzetti

Per le/gli appassionate/i della nostra storia risorgimentale e comunque per la conoscenza della nostra storia locale la cui somma con tutte le altre storie locali fa la Storia, c’è la “Battaglia dei Treponti”. Lo scontro fu detto di Treponti, dall’omonima frazione del comune di Virle Treponti, oggi soppresso in quanto assorbito nel 1928 da Rezzato. I combattimenti tuttavia interessarono per la gran parte il territorio di Castenedolo. La memoria di questo avvenimento è immortalata in un percorso che parte dalla Sede Municipale: vi è una lapide posta nel 1959 sotto la loggetta del Comune una delle vie principali di Castenedolo che dal centro Paese, appunto dove è situato il Municipio, porta verso il comune confinante di Rezzato, è stata intitolata Via 15 Giugno 1859, data della battaglia. Da una stele intitolata a Narciso Bronzetti, il valoroso capitano trentino che nella battaglia perse la vita, posta a memoria nel 1959 nel luogo dei combattimenti.  Dalla rievocazione storica che viene tenuta ogni anno il 15 giugno presso la rotonda di Via 15 giugno con Via Bronzetti, promossa dall’ass. Carmagnola in collaborazione con l’amm.comunale con la relativa targa alla presenza delle varie autorità rappresentanti del comune di Castenedolo, di Rezzato e di Trento e con la partecipazione della cittadinanza.

Così il racconto tratto dal libro di Ida Zanolini “Storia di Castenedolo”:

 

“Il 13 giugno 1859 Giuseppe Garibaldi, con i suoi Cacciatori delle Alpi, che avevano combattuto da veri eroi a Varese, S. Fermo, Como e Seriate entrava in Bergamo entusiasticamente accolto e proseguiva per Brescia dove giungeva dopo due notti e un giorno di marcia sotto la pioggia. Il

giorno 14, da porta S. Giovanni, entrava trionfalmente in città salutato dal suono di tutte le campane, dal lancio di fiori, da applausi calorosi. Qui sostò solo un giorno e una notte per far riposare i suoi soldati.

Da Brescia, in un ordine del giorno, rivolgeva al suo esercito, piccolo di numero, ma grande di valore, le seguenti parole: «L’ultima mossa ha provato quanto può l’amore nel cuore dei nostri giovani Cacciatori, una marcia con brevissime interruzioni di due notti e un giorno, per strade

non comode e pioggia quasi continua non ha potuto scemare per un momento l’impavida risoluzione del dovere di cui sono animati. L’Italia va superba di Voi. Il nemico intimorito, benché di forze assai superiori, non ardisce cimentarsi, e la gioventù lombarda elettrizzata dall’esempio,

corre numerosa a far parte di questa schiera… ». Il giorno stesso Garibaldi avendo saputo dell’avanzata degli eserciti di Vittorio Emanuele e Napoleone III volle lasciar libera la città e accampò i suoi Cacciatori a S. Eufemia della Fonte.

La sera il falegname Giuseppe Panada ospitò Garibaldi nella propria casa. Questi accettò dormendo sui banco di lavoro dell’artigiano.  A tarda sera dallo Stato Maggiore dell’esercito Sardo, gli giunse questo ordine, in data 14 giugno: «S.M. il Re desidera che domattina Ella porti la sua

divisione su Lonato dove sarà seguita dalla divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuj, composta da quattro reggimenti di cavalleria di linea con due batterie a cavallo». Così pure ebbe l’ordine di rimettere alla meglio, con tavoloni, il ponte del Bettoletto sul Chiese.

Garibaldi spedì subito staffette ad osservare la campagna. In una di queste vi era il nostro concittadino Beniamino Novelli, che si spinse fino quasi alle prime case del Borgo Superiore del nostro paese. Tornati dall’esplorazione, i soldati riferirono a Garibaldi che a Lonato era il grosso

delle forze austriache, circa 200.000 uomini e che la divisione austriaca comandata dal generale Urban e con la quale si sarebbero scontrati i volontari garibaldini era accampata a Castenedolo e a Buffalora. Infatti il 12 giugno, mentre Garibaldi marciava verso Brescia, il generale Urban

entrava in Castenedolo e accampava le sue truppe nei terreni presso la località detta Padele.

Il 14 giugno per i castenedolesi cominciò un giorno di terrore. Intanto che le truppe riposavano il generale Urban, salito in Comune, imponeva all’Amministrazione di fornire entro poche ore 15.000 razioni di carne, pane, vino per i suoi soldati, minacciando di mettere a ferro e fuoco il

paese se non avessero provveduto.[…] Riuscirono a soddisfare l’ordine.[…]

Sentito quanto gli riferirono le staffette, Garibaldi la mattina del 15, prima ancora dell’alba, dispose i sei battaglioni, dei quali egli era il capo, in questo modo: due battaglioni comandati dal colonnello ungherese, al ponte di Rezzato, altri due comandati dal colonnello Cosenz e dal capitano Narciso Bronzetti li mise a difesa della strada Rezzato−Treponti dietro la casa Carboni (ora Squassina) un altro battaglione guidato dal colonnello Medici lo pose a difesa del bivio Bettole−Ciliverghe, l’altro battaglione lo prese con sé a Bedizzole−Lonato. Informò di questo lo

Stato Maggiore. Verso le dieci il reggimento comandato dal colonnello Cosenz si slanciò con impeto verso Castenedolo facendovi retrocedere i quattromila soldati dell’Urban i quali tentavano di accerchiare i garibaldini del Cosenz e dei Bronzetti per prenderli nel laccio. I nostri avevano conquistato due cascinali: Ghidona e Chizzola, il colonnello Tur, la cascina Ospedale. Cosenz tiene testa alla divisione dell’Urban, ma facendosi la situazione insostenibile, fa suonare l’alt. In quel momento Tur si accorge che grandi forze austriache avanzano per aggirarli;

delibera l’attacco e fa suonare la carica. Cosenz meravigliato ripete il suono dell’alt e Tur insiste col far suonare la carica. Momento di trepidazione: Cosenz comprende e lui pure fa suonare la carica. Stefano Tur non perde un attimo, si spinge arditamente sul ponte di S. Giacomo, avanti a tutti, la fronte alta, balza con i suoi alla baionetta; una palla gli spezza il braccio sinistro sotto l’omero, barcolla l’intrepido ungherese, ma tuttavia comanda ed incoraggia i militi all’assalto e ripete con vigore di non poter far libera la Patria e non poter vincere senza

grandi sacrifici. Fu ricoverato a Brescia in casa dei conti Fenaroli. Il Bronzetti poco lontano dal Molino Nuovo, nella località Roccolo dei Frati,

ferito al braccio destro impugnava la spada con la mano sinistra, ferito al braccio sinistro serrava l’arma fra i denti, ma cadeva colpito al ventre

gridando «Viva l’Italia».

Sul terreno c’erano 120 morti e molti feriti. I Cacciatori delle Alpi avevano tentato una mossa pericolosa affrontando un nemico dieci volte superiore ad essi per numero.

Garibaldi informato dal Camozzi, accorse sui posto e ordinò la ritirata e di comporsi a gruppi in catena.

Bronzetti fu trasportato prima a Treponti in casa Bassolini, poi su di un carretto tirato a mano a Brescia, dove fu accolto in casa del suo amico Basilio Mafezzoli. Dopo tre giorni di tremende sofferenze spirò. Nelle ultime ore ricevette uno scritto dal generale Garibaldi che diceva: «

Carissimo Bronzetti, Voi siete certamente al di sopra di qualunque elogio ed avete meritato il nome di prode dei prodi della nostra colonna Garibaldi».

Tur, uomo forte, mentre il chirurgo (il maggiore francese Thierie) stava amputandogli il braccio, (che poi, invece, per miracolo, poté essere salvato) scherzava col suo collega Telekì dicendo: « Mi hanno sparato nell’ala sinistra, ed ora il medico me la vuoi tagliare ». Ebbe la medaglia

d’argento e Garibaldi lo compensò con una lettera che fu sempre l’orgoglio del popolo ungherese.                                                                                                        Il fatto di Virle salvò Castenedolo e fece decidere l’Urban a ritirare le sue truppe per timore di essere accerchiato; tutti gli abitanti respirarono sebbene si vedessero davanti un periodo di fame, essendo stati costretti a privarsi di tutto per i soldati austriaci.

Verso le ore 14 del giorno 15 Castenedolo accoglieva riverente e commosso, le saline dei prodi che nel doloroso episodio immolarono la loro giovinezza. Nel registro parrocchiale dei morti si legge: «Verso le ore due pomeridiane del giorno 15 giugno 1859 vennero sepolti nel cimitero

di questo Comune 18 cadaveri, 13 italiani appartenevano al corpo di Gari-baldi e 5 austriaci, morti nel combattimento avvenuto lo stesso giorno tra Castenedolo e Rezzato. Un altro garibaldino fu trovato morto e fu sepolto a S. Giacomo. Pochi giorni dopo ii combattimento di Virle, e

precisamente il 24 giugno, sui campi di Solferino e S. Martino avveniva la storica battaglia.

Fino a Castenedolo giungeva il rombo dei cannoni.                         

Con la battaglia di Solferino e S. Martino la Lombardia fu libera dal nemico e anche su Castenedolo finalmente sventolava trionfante la bandiera tricolore.”

 

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